La prima uscita dell'anno è archiviata. Ci siamo lasciati alle spalle due belle giornate di sole, neve e sana fatica. La pianura ci ha accolto avvolgendoci nella sua triste, perenne, grigia nebbia.
Faceva fin troppo caldo il weekend dell'uscita sulle cime dell'appennino reggiano, questo però per fortuna non ha guastato la neve, così la bella giornata di domenica ci ha regalato uno spettacolo indimenticabile dalla cima del Prado .
Ho messo alcune foto in galleria che parlano da sole .
Per chi volesse vedere il percorso che abbiamo fatto: http://trail.motionbased.com/trail/activity/4853428
Altre foto su http://www.dnetgraphics.com/Galleries/Battisti/
domenica 20 gennaio 2008
domenica 16 settembre 2007
Orrido di Botri
LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH’ENTRATE. (Inferno, Canto III, vv. 1-9)
Così inizia la nostra avventura all'Orrido di Botri, un profondo canyon scavato dalle acque del Rio Pelago che scende dalle pendici di Foce a Giovo, al confine tra Toscana ed Emilia. Abituati ad andare verso l'alto, questa volta abbiamo provato a stare con i piedi per terra, o per meglio dire "in acqua". Attrezzati al minimo necessario, scarpe da ginnastica e pantaloni corti, ci siamo presentati al centro visite di Ponte a Gaio. Abbiamo indossato il caschetto protettivo e assieme al nostro Virgilio, una guida del parco, ci siamo incamminati verso la "selva oscura". Dopo un primo tratto largo e asciutto, la gola si fa stretta e ci costringe a bagnarci i piedi, d'altra parte siamo venuti proprio per questo. Ben presto ci troviamo sormontati da pareti alte e scoscese sulle quali ci dicono nidifica l'aquila, ma non l'abbiamo vista. Il percorso prosegue senza grandi difficoltà, tranne quella di stare in piedi su sassi umidi e scivolosi, meglio passare in mezzo dove l'acqua arriva alle ginocchia. Tra prove di forza e di coraggio, che coinvolgono anche la guida abituata ai soliti visitatori del weekend, giungiamo al termine del percorso che ci eravamo prefissati, la piscina. Qui i più intrepidi si immergono e si tuffano. Il tempo di gustarci un tardo temporale settembrino, ci giriamo indietro e torniamo alla base. Cambiati e asciugati facciamo rientro a casa. Non siamo andati verso l'alto, ma ne è comunque valsa la pena: il luogo è suggestivo e selvaggio.
Così inizia la nostra avventura all'Orrido di Botri, un profondo canyon scavato dalle acque del Rio Pelago che scende dalle pendici di Foce a Giovo, al confine tra Toscana ed Emilia. Abituati ad andare verso l'alto, questa volta abbiamo provato a stare con i piedi per terra, o per meglio dire "in acqua". Attrezzati al minimo necessario, scarpe da ginnastica e pantaloni corti, ci siamo presentati al centro visite di Ponte a Gaio. Abbiamo indossato il caschetto protettivo e assieme al nostro Virgilio, una guida del parco, ci siamo incamminati verso la "selva oscura". Dopo un primo tratto largo e asciutto, la gola si fa stretta e ci costringe a bagnarci i piedi, d'altra parte siamo venuti proprio per questo. Ben presto ci troviamo sormontati da pareti alte e scoscese sulle quali ci dicono nidifica l'aquila, ma non l'abbiamo vista. Il percorso prosegue senza grandi difficoltà, tranne quella di stare in piedi su sassi umidi e scivolosi, meglio passare in mezzo dove l'acqua arriva alle ginocchia. Tra prove di forza e di coraggio, che coinvolgono anche la guida abituata ai soliti visitatori del weekend, giungiamo al termine del percorso che ci eravamo prefissati, la piscina. Qui i più intrepidi si immergono e si tuffano. Il tempo di gustarci un tardo temporale settembrino, ci giriamo indietro e torniamo alla base. Cambiati e asciugati facciamo rientro a casa. Non siamo andati verso l'alto, ma ne è comunque valsa la pena: il luogo è suggestivo e selvaggio.
sabato 7 luglio 2007
Monte Zebrù (3.740 mt) - la vetta
A distanza di due anni, riprendiamo il nostro progetto di salire il monte Zebrù (grado PD-, 700+900mt). Due anni fa al terzo compagno caduto nei crepacci abbiamo dovuto desistere ma avevamo promesso di tornare ed eccoci qui. Questa volta ci lasciamo convincere ad utilizzare il servizio navetta e così in breve siamo alla Baita del Pastore. Sarà segno dei tempi o determinazione a conservare le energie per portare a termine l’avventura….
Questa volta il tempo è soleggiato e ci gustiamo con calma la ripida salita al rifugio. Incontriamo Michele che scende a fare rifornimento di pane e vediamo con piacere che ha acquistato un trattorino per portare il cibo al rifugio. Fino a ieri saliva e scendeva quasi tutti i giorni a prendere il pane fresco portandolo in spalla al rifugio….un bel allenamento!!
Nel primo pomeriggio arriviamo al rifugio e ci crogioliamo al sole come lucertole in attesa della cena. La mattina partiamo presto, il cielo è terso e l’aria pungente. Il percorso lo conosciamo bene e quindi saliamo decisi i primi pendii. Il ghiacciaio è coperto dalla neve, ma la temperatura rigida questa volta ci da maggiore sicurezza. Con calma ma decisi arriviamo in prossimità del Bivacco Città di Cantù che lasciamo alla nostra sinistra, piegando decisamente a destra per la ripida pala finale, dopo una breve sosta a prendere fiato. Il pendio è ventato e ma non troppo duro. Gli ultimi metri sono i più ripidi e decidiamo di spostarci tutto a destra della vetta, dove il pendio sembra essere più docile. Procediamo con molta cautela, questo tratto è tecnicamente il più difficoltoso della salita (50°). Raggiunta la cresta, uno alla volta, in fila raggiungiamo per l’aerea cresta finale la vetta. Questa volta lo Zebrù ci ha permesso di salire. La vista sul GranZebrù e l’Ortles è magnifica, eleganti e sinuose appaiono le creste Suldengrat (D) ed Hochjochgrat (AD). Queste due vette, tanto diverse quanto desiderate, entrano nei nostri sogni. Prima o poi entreranno nei nostri progetti. Una breve sosta per mangiare e riprendere fiato, quindi scendiamo quanto già molti altri alpinisti stanno attaccando la pala finale per darci il cambio. Del resto sulla vetta non ci si stà in tanti...
Questa volta il tempo è soleggiato e ci gustiamo con calma la ripida salita al rifugio. Incontriamo Michele che scende a fare rifornimento di pane e vediamo con piacere che ha acquistato un trattorino per portare il cibo al rifugio. Fino a ieri saliva e scendeva quasi tutti i giorni a prendere il pane fresco portandolo in spalla al rifugio….un bel allenamento!!
Nel primo pomeriggio arriviamo al rifugio e ci crogioliamo al sole come lucertole in attesa della cena. La mattina partiamo presto, il cielo è terso e l’aria pungente. Il percorso lo conosciamo bene e quindi saliamo decisi i primi pendii. Il ghiacciaio è coperto dalla neve, ma la temperatura rigida questa volta ci da maggiore sicurezza. Con calma ma decisi arriviamo in prossimità del Bivacco Città di Cantù che lasciamo alla nostra sinistra, piegando decisamente a destra per la ripida pala finale, dopo una breve sosta a prendere fiato. Il pendio è ventato e ma non troppo duro. Gli ultimi metri sono i più ripidi e decidiamo di spostarci tutto a destra della vetta, dove il pendio sembra essere più docile. Procediamo con molta cautela, questo tratto è tecnicamente il più difficoltoso della salita (50°). Raggiunta la cresta, uno alla volta, in fila raggiungiamo per l’aerea cresta finale la vetta. Questa volta lo Zebrù ci ha permesso di salire. La vista sul GranZebrù e l’Ortles è magnifica, eleganti e sinuose appaiono le creste Suldengrat (D) ed Hochjochgrat (AD). Queste due vette, tanto diverse quanto desiderate, entrano nei nostri sogni. Prima o poi entreranno nei nostri progetti. Una breve sosta per mangiare e riprendere fiato, quindi scendiamo quanto già molti altri alpinisti stanno attaccando la pala finale per darci il cambio. Del resto sulla vetta non ci si stà in tanti...
Lungo la salita al rifugio
il percorso di salita della pala finale dal Bivacco Città di Cantù
l'area cresta finale dalla vetta
sabato 25 giugno 2005
Monte Zebrù (3.740 mt) - tentativo
La Val Zebrù è una perla di rara suggestione del Parco Nazionale dello Stelvio e si dirama per oltre 11 km dalla Valfurva. Dal parcheggio di Niblogo (1.600 mt) si segue la comoda strada sterrata che risale la valle fino alla Baita del Pastore (2.168 mt). La passeggiata è facile e adatta davvero a tutti, ma per chi deve salire al rifugio V° Alpini, questa tappa è solo a metà del percorso…mancano ancora 700 mt di dislivello, ma questo “avvicinamento” ha già richiesto quasi 3 ore di cammino…..Per questo motivo, volendo risparmiare tempo, è possibile utilizzare un servizio privato di navetta che porta in 20 minuti alla Baita del Pastore. Noi abbiamo tutto il giorno davanti, quindi decidiamo di fare il percorso completo e dopo aver attraversato paesaggi di suggestiva bellezza facciamo sosta alla Baita del Pastore per pranzare e riposarci prima di proseguire. Da qui la strada diventa un ripido sentiero che in breve tempo guadagna quota e in un paio di ore conduce al rifugio V° Alpini. Intanto inizia a piovere e l’ultima ora la percorriamo sotto un'acqua fastidiosa. Il rifugio è accogliete e gestito in modo ammirevole da Michele, un ragazzo giovanissimo che mette tanta passione per portare avanti un rifugio tutt’altro che comodo da gestire e rifornire, ma in una posizione davvero incredibile e panoramica. Salendo pochi metri si raggiunge il ghiacciaio. Smette di piovere e si riapre il cielo, decidiamo quindi di fare un sopralluogo sul ghiacciaio. La temperatura è molto elevata e questo ci preoccupa un po’, perché il ghiacciaio dello Zebrù è solitamente molto crepacciato e insidioso. Rientriamo per la cena, siamo in ottima compagnia con un bel gruppo del CAI con cui intoniamo canti fino al momento di darci appuntamento per la mattina. Abbiamo lo stesso obiettivo, il Monte Zebrù. La mattina ci alziamo molto presto, prima del gruppo CAI, per prendere più fresco possibile lungo il ghiacciaio. Ma è sempre molto caldo, siamo sicuramente sopra lo zero anche alle 4.30 di mattina. Partiamo dividendoci in cordate da 3 o 4 per salire più sicuri. Dopo il primo tratto di sfasciumi saliamo sul ghiacciaio. Per ora è scoperto, solo ghiaccio vivo e nero, nessuna difficoltà ad individuare il percorso. Attraversiamo la lingua di ghiacciaio che scende dal versante Sud Est del GranZebrù in direzione Nord Est, verso la lingua che sale al Bivacco Città di Cantù. Dopo poco iniziamo a calpestare uno strato di neve inconsistente e uniforme, residuo di recenti nevicate. Cerchiamo il percorso migliore, ma al primo tentativo di passare un evidente ponte di neve, il primo di cordata cade in un crepaccio, per fortuna si ferma dopo appena un metro su un blocco di ghiaccio che ostruisce il crepaccio. In brevissimo lo tiriamo fuori e riprendiamo il cammino. Dopo appena 100 metri, il secondo di una cordata di tre sprofonda improvvisamente, con le braccia aperte nel tentativo di non sprofondare oltre. Questa volta i due compagni devono puntellarsi per sostenerlo. Per fortuna siamo in molti, non c’è bisogno di attrezzare paranchi, così un’altra cordata con cautela aiuta a far risalire il malcapitato. Facciamo un momento di pausa e riflettiamo brevemente, continua a far caldo, intanto sopraggiunge il grosso gruppo del CAI. Siamo tentati di farli passare avanti a battere la traccia, ma sembra che abbiano intuito le nostre idee e si tengono ad una certa distanza. Proseguiamo nella speranza che alzandoci di quota i ponti di neve diventino più resistenti. Ci alziamo con molta circospezione di un centinaio di metri di dislivello a circa 3.200 mt., vediamo in lontananza il Bivacco Città di Cantù e a destra la ripida pala finale (50° circa) che conduce alla vetta, sembra fatta. Ma improvvisamente un altro amico cade per la terza volta in un crepaccio; questa volta è sparito alla vista, i compagni di cordata lo trattengono, ma non lo vediamo. Con prudenza ci assicuriamo e iniziamo a preparare un paranco ma siamo in così tanti che appare evidente che facciamo più in fretta sollevandolo tutti insieme dopo averlo assicurato comunque ad una sosta con le picche. Ci vuole un po’ per tirarlo fuori e tutta la sua volontà perché la corda ha tagliato il bordo e non è facile fargli guadagnare il bordo del crepaccio. Alla fine ci riusciamo, ma decidiamo di non rischiare oltre e facciamo marcia indietro. Intanto ci raggiunge il gruppo del CAI, ma è diviso su chi desidera tornare indietro e chi desidera continuare. Alcuni tentato di andare avanti ma dopo poco anch’essi rientrano al rifugio. Oggi non era giornata, è necessario avere il coraggio e l'umiltà di saper rinunciare alla vetta quando le condizioni non lo permettono. Ripercorriamo scrupolosamente il percorso di salita e in breve siamo di nuovo al rifugio, felici nonostante i piccoli spaventi. Ci ripromettiamo di tornare e dopo una birra tutti insieme, scendiamo. Ci aspetta una lunga camminata verso la macchina.






domenica 29 maggio 2005
Grigliata a Cerwood
Il freddo è ormai un ricordo e prima delle imprese alpine estive decidiamo di organizzare una giornata di “gioco” con grigliata al parco avventura di Cerwood (http://www.cerwood.it/) a poche decine di kilometri da Sassuolo. Tanti percorsi, tante risate e una buona dose di adrenalina, preparano lo stomaco ad una buona mangiata di carne in compagnia. Giornata di relax con molti volti nuovi.


sabato 15 gennaio 2005
La Piella (2.071 mt) dal rifugio Battisti
Partiamo numerosi alla luce delle frontali lungo il sentiero che da Civago sale al rifugio Battisti. Questa volta siamo davvero tanti, 33 persone. Il gruppo numeroso ci rallenta parecchio e la salita diventa quasi interminabile. All’uscita dal bosco però la luna piena illumina il candore della neve in modo indimenticabile. La fatica è appagata ampiamente da questo spettacolo e la cucina del rifugio conclude al meglio questa giornata. La mattina dopo decidiamo di salire il facile pendio che conduce al monte Piella, una percorso dolce e accessibile a tutti, mentre un gruppetto decide di tirar tardi a letto e far colazione con calma attendendoci al rifugio. In breve siamo sulla cima e ci godiamo il panorama della pianura padana. Le foto non consentono di apprezzare a pieno la giornata che ci permette di vedere, come sovente capita sul nostro appennino, dalle Alpi al mar Tirreno con la Corsica e l’Isola D’Elba ben distinguibili.
Una buona polenta al rifugio e via in discesa si rientra alle macchine.
Una buona polenta al rifugio e via in discesa si rientra alle macchine.
domenica 6 luglio 2003
Gran Paradiso (4.061 mt) - Via Normale
Iniziamo con questo post la pubblicazione delle uscite “vecchie“ dell’associazione, ossia tutte le uscite precedenti al 2010, anno di apertura di questo BLOG. E non potevamo non partire dalla prima uscita in assoluto della nostra associazione; il monte Gran Paradiso. Sono passati ormai più di 7 anni e i ricordi sono un po’ sbiaditi nei particolari, ma resta indelebile la gioia della vetta, il clima di amicizia e la bellezza di ciò che ci circondava. Per molti di noi era la prima volta oltre i 4.000 metri e anche grazie alle favorevoli condizioni climatiche tutti ce l’hanno fatta. Una bella soddisfazione, era segno che la nostra idea associativa aveva preso una bella direzione….
Siamo saliti da Pont, dormendo al rifugio Vittorio Emanuele, lungo la via normale. Percorso facile (grado F+) con notevole dislivello (800+1300 mt). Il punto più pericoloso, crepacci a parte, è senza dubbio la vetta, che essendo molto affilata ma molto frequentata, impone un notevole self control per evitare fatali gesti o movimenti.

momenti di relax al rifugio, che sorge a fianco di un laghetto glaciale. Da questa uscita nasce la sfida tra chi avrebbe fatto il bagno nel lago glaciale alle quote più elevate...nelle prossime puntate i veri temerari sfideranno laghi appena liberi dal ghiaccio.




la affilata cresta finale poco prima della Madonnina della vetta.

Siamo saliti da Pont, dormendo al rifugio Vittorio Emanuele, lungo la via normale. Percorso facile (grado F+) con notevole dislivello (800+1300 mt). Il punto più pericoloso, crepacci a parte, è senza dubbio la vetta, che essendo molto affilata ma molto frequentata, impone un notevole self control per evitare fatali gesti o movimenti.
Ma lascio alle immagini il migliore commento di questa fondamentale uscita.
1°giorno: la salita la rifugio Vittorio Emanuele (2.750 mt), ripida e assolata.

momenti di relax al rifugio, che sorge a fianco di un laghetto glaciale. Da questa uscita nasce la sfida tra chi avrebbe fatto il bagno nel lago glaciale alle quote più elevate...nelle prossime puntate i veri temerari sfideranno laghi appena liberi dal ghiaccio.

alla sera festa con la Grolla dell'Amicizia, tipica della Valle D'Aosta.
2° giorno; la salita alla vetta.



la affilata cresta finale poco prima della Madonnina della vetta.



